Il 22 agosto, sulla linea di partenza della Gravel Worlds 2026 a Lincoln, in Nebraska, trentuno atlete elite si sono presentate pronte ad affrontare 241 chilometri di sterrato attraverso le pianure del Nebraska, per un dislivello complessivo di circa 2.743 metri. Nella distesa di telai in carbonio, ruote perfettamente centrate e gomme scelte al millimetro, una bicicletta spiccava per motivi tutt’altro che tecnici: una Marin Nicasio+ da 500 dollari, acquistata su Facebook Marketplace appena una settimana prima della gara.
A pedalarla era Amanda Macuiba, 32 anni, triatleta professionista con diversi podi in Ironman di mezza e lunga distanza all’attivo. “Sarei una bugiarda se dicessi di non essere arrivata un po’ impreparata”, ha ammesso l’atleta a Cycling Weekly. “Ma avevo fiducia che il mio corpo e i miei anni di esperienza agonistica mi avrebbero portata al traguardo, anche se in modo poco elegante.”
Nessuna bici, nessun problema
Macuiba non è certo estranea alle competizioni di alto livello: dopo un passato nell’atletica universitaria, corre oggi come professionista di triathlon. Quando le si è presentata l’occasione di dirottare la propria stagione dall’Ironman Maryland di settembre alla Gravel Worlds, la storica corsa gravel del Nebraska (da non confondere con i più recenti Campionati del Mondo UCI Gravel), ha accettato senza esitazioni.
“Amo il fatto che il gravel abbia punti di riferimento diversi rispetto alla strada”, ha spiegato. “Non conta solo restare a ruota di qualcuno, ma anche saper leggere il terreno e gestire i tratti tecnici. Trovo il gravel divertente e rigenerante rispetto al ciclismo su strada.”
Il problema, però, era duplice: nessun allenamento specifico gravel da mesi e, soprattutto, nessuna bici da gara. Una gravel bike su misura era in lavorazione, ma i tempi non avrebbero permesso di averla pronta per l’evento. Invece di rinunciare, Macuiba ha scelto un’altra strada.
“Non me la sentivo di chiedere in prestito una bici a un’amica, viste la lunghezza e la tecnicità del percorso”, ha raccontato. “Così mi sono rivolta a Facebook Marketplace: la Marin da 500 dollari rientrava nel budget ed era abbastanza vicina da poterla ritirare con meno di una settimana di preavviso.” E ha aggiunto, ridendo: “Mi rifiuto di definirla una bici scadente. Ho pensato che non ci fosse modo migliore per legare con lei che affrontare insieme una gara più grande di entrambe.”
La bici da 500 dollari
Modello: Marin Nicasio+
Anno: non noto
Taglia: 52
Telaio e forcella: acciaio
Gomme: 650b x 47 mm, con le crepe del battistrada sigillate con colla a caldo
Trasmissione: monocorona 1x9 velocità, comandi Microshift meccanici
Centocinquantatré chilometri di lezioni
Alla partenza, Macuiba è riuscita a tenere il ritmo del gruppo elite per i primi 16 chilometri, prima che le dinamiche tecniche tipiche del gravel iniziassero a farsi sentire. “Ho imparato sulla mia pelle che basta una curva sbagliata per perdere l’intero gruppo”, ha raccontato. “Ma quell’errore mi ha anche dato un rispetto enorme per le altre atlete elite. Ho provato a trasformare ogni sensazione di umiliazione in rispetto per le loro capacità.”
Al chilometro 85 è arrivata la caduta decisiva: un tentativo di curva ad alta velocità si è concluso con la bici piantata di lato nella terra e nei sassi, deragliatore compreso. Macuiba ne è uscita fisicamente illesa, la bicicletta molto meno. Al punto di assistenza del chilometro 87 i meccanici hanno provato a intervenire sul cambio danneggiato, senza riuscire a risolvere il problema: da quel momento Macuiba ha dovuto spingere manualmente le leve dopo ogni cambiata, riuscendo infine a utilizzare solo due rapporti centrali della cassetta.
“Al chilometro 153 le ginocchia mi facevano male per la pedalata a 50 rpm in salita, ed ero stanca di perdere aderenza a ogni discesa”, ha spiegato. “Ho pensato: non riesco a fare altri 88 chilometri così. E mi mancavano anche le energie, a livello sia fisico sia mentale.” È arrivata così la decisione di ritirarsi, un DNF maturato per motivi di sicurezza più che di orgoglio.
Nonostante il ritiro, Macuiba è tornata a casa con un bagaglio di informazioni che, dice, non avrebbe potuto acquisire in nessun altro modo. “Ho preso ogni sensazione di imbarazzo o sindrome dell’impostore e mi sono detta che posso davvero appartenere a questo livello, se lavoro sulla tecnica e mi procuro un’attrezzatura migliore”, ha raccontato. “Mentre aspettavo che una compagna di squadra venisse a prendermi, mi sono ricordata che la mia iscrizione alla categoria elite era stata accettata per un motivo preciso.”
“Lo rifarei senza esitazione”
Alla domanda se ripeterebbe l’esperienza, Macuiba non ha dubbi. “Lo rifarei assolutamente. E quando riceverò quella medaglia da finisher, qualunque sia la mia posizione, sarò davvero felicissima. Non vedo l’ora di prepararmi di nuovo per una gara gravel di questo livello.”
Il messaggio che l’atleta vuole lasciare, soprattutto a chi si avvicina da poco allo sport, è semplice: aspettare che tutto sia perfetto non ripaga mai. “Aspettare il giorno perfetto, quello in cui tutto si allinea, è qualcosa che difficilmente accade davvero”, ha detto. “Accettare i giorni imperfetti ti rende un atleta migliore, sia mentalmente sia fisicamente, ed è anche per questo che pratichiamo sport.”
Anche di fronte all’imbarazzo o alla tensione di una nuova sfida, l’invito di Macuiba è a superare quelle sensazioni e godersi comunque l’avventura. “Sulla linea di partenza, circondata da atlete fortissime e dalle loro bici bellissime, un po’ di imbarazzo l’ho provato”, ha ammesso. “Ma ho pensato: sei già qui, quindi fai del tuo meglio. E ho vissuto un’esperienza che non avrei mai avuto se avessi aspettato le condizioni perfette.”
Quanto alla Marin da 500 dollari, dopo le cure necessarie per riprendersi dalle ferite di gara, Macuiba ha deciso di tenerla, con l’intenzione di prestarla ai familiari perché anche loro possano scoprire il piacere di pedalare qualcosa di nuovo.
Per chi si avvicina al gravel pensando che serva necessariamente un’attrezzatura di fascia alta per prendere parte a una competizione, la storia di Macuiba racconta l’esatto contrario: la componente più determinante resta la persona in sella, non il prezzo del telaio.
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