Unbound contro The Traka
Il confronto di Lauren De Crescenzo tra i due colossi del gravel
Fonte: CyclingNews, testimonianza di Lauren De Crescenzo.



Esistono poche corse capaci di definire una carriera. Per Lauren De Crescenzo, vincitrice della Unbound Gravel 200 nel 2021, quella corsa è la prova del Kansas, il metro con cui misura ogni altra fatica off-road.
In una lunga testimonianza pubblicata da CyclingNews, la statunitense ha raccontato il suo primo confronto diretto con The Traka, la maratona gravel di 360 chilometri che attraversa la regione di Girona, in Spagna, spesso descritta come la “Unbound europea”.
La conclusione della corridrice è netta: le due gare condividono distanza, prestigio e un posto nell’élite del movimento, ma sotto ogni altro aspetto non potrebbero essere più diverse.
Un avvicinamento tra due continenti
Il blocco di preparazione verso The Traka è cominciato nel modo tipico di chi corre da privateer, ovvero in un clima di caos controllato. De Crescenzo ha disputato il Sea Otter Classic Gravel e The Growler alla Levi’s GranFondo, dove ha affrontato circa 237 chilometri con 4.570 metri di dislivello, prima di imbarcarsi la notte successiva per la Spagna insieme a buona parte della scena gravel nordamericana. Sullo stesso volo per Barcellona viaggiavano corridori come Cecily Decker, Pete Stetina e Samara Sheppard, tutti visibilmente provati.
La settimana spagnola ha assunto presto un ritmo quasi cinematografico per chi è cresciuto correndo sulle strade bianche del Kansas e dell’Oklahoma: cappuccini nelle piazze medievali, percorsi che si snodano tra strade di campagna e tornanti di montagna. Poi, di colpo, la sveglia alle tre del mattino per una partenza fissata alle 5:50, nel buio più totale.
The Traka attacca dove Unbound concede una tregua
Secondo il racconto di De Crescenzo, ogni edizione della Unbound 200 da lei disputata è iniziata con una calma curiosa. La tensione e l’importanza del posizionamento esistono, ma prevale la consapevolezza che nessuno voglia bruciare energie prima dell’alba, di fronte all’incognita dei chilometri successivi.
The Traka ha rappresentato l’esatto opposto. Il tracciato presenta il dislivello concentrato nella prima parte e le discese tecniche cominciano immediatamente, nell’oscurità completa. A complicare il quadro si è aggiunta la situazione alla partenza. L’organizzazione, Klassmark, ha lasciato partire per errore centinaia di amatori prima delle donne élite, che secondo il programma avrebbero dovuto scattare cinque minuti dopo gli uomini professionisti e cinque minuti prima degli amatori. Quando gli organizzatori hanno tentato di far tornare indietro i partecipanti delle categorie age-group, alcuni hanno proseguito e altri si sono fermati, generando un immediato mescolamento tra il gruppo professionistico femminile e quello amatoriale. Nonostante il regolamento lo vietasse espressamente, numerosi amatori hanno finito per sfruttare la scia delle professioniste.
De Crescenzo osserva che la vicenda mette in luce un nodo ancora irrisolto del gravel: se si vuole una vera corsa femminile d’élite, serve una separazione sufficiente perché quella corsa possa effettivamente esistere. Anche Unbound ha attraversato simili difficoltà di crescita. Nel 2023, la celebre “edizione del fango”, la partenza prevedeva gli uomini élite per primi, le donne élite due minuti dopo e il gruppo amatoriale ancora otto minuti più tardi; tra il fango appiccicoso e i distacchi minimi, ogni separazione si era dissolta.
Per questo dal 2024 Life Time ha anticipato la partenza degli uomini élite di quindici minuti rispetto alle donne, con gli amatori a venticinque minuti di distacco, garantendo lo spazio necessario per una gara reale.
Una distanza divisa in due: 200 e 360
Una delle differenze più marcate riguarda la struttura stessa dell’evento. The Traka divide il campo élite tra due gare di punta, la 200 chilometri e la 360 chilometri. A Unbound, invece, la prova regina è una sola: la 200 miglia, equivalente a circa 322 chilometri, attorno alla quale converge tutta l’attenzione e ogni grande nome del movimento. La Unbound 100, pari a circa 161 chilometri, resta una corsa di profilo più basso, pensata soprattutto per under 23 e juniores che aspirano alla distanza maggiore.
A Girona il talento si frammenta. Alcuni scelgono la 200, più breve e veloce, altri la 360, più lunga e imprevedibile, e questo cambia completamente la dinamica della manifestazione. La 200 è esplosiva e tattica, mentre la 360 somiglia a una prova di ultra-endurance sovrapposta a un gravel europeo altamente tecnico. Per De Crescenzo il risultato è quello di due campionati distinti che si svolgono in due giornate separate, contro l’unica grande resa dei conti che caratterizza Emporia.
Le strade cambiano la corsa
Le strade bianche del Midwest statunitense sono ampie e aperte: si vedono i corridori da lontano e c’è spazio per superare atleti di altri gruppi restando fuori dalla scia. A The Traka, al contrario, le strade sono strette e in continua trasformazione, con stradine di campagna tortuose, ponti minuscoli, settori urbani, guadi e rampe oltre il 20 per cento.
La vincitrice di quest’anno della Traka 360 ed ex campionessa di Unbound, Rosa Klöser, ha sintetizzato così la differenza: “La distinzione fondamentale è che The Traka è molto più tecnica e dettata dal terreno, con continui saliscendi, mentre Unbound è tutta una questione di resistenza, capacità di gestire l’ignoto ed evitare i guasti meccanici lungo una giornata interminabile”. De Crescenzo riferisce che superare i gruppi di amatori senza entrare involontariamente nella loro scia è risultato a tratti quasi impossibile e che, una volta raggiunta la testa della corsa, interi gruppi di amatori restavano agganciati alla sua ruota.
Da qui una delle differenze culturali più nette osservate dalla statunitense. Negli Stati Uniti, soprattutto nelle gare maggiori, si è consolidata l’idea che le donne élite meritino una corsa propria, priva di interferenze, principio rafforzato negli ultimi anni dalla Life Time Grand Prix. A The Traka questo confine appare ancora poco definito.
Quando sbagliare strada fa parte della gara
Entrambe le corse hanno percorsi non segnalati. A Unbound gli errori di navigazione sono possibili, ma le opzioni restano in genere semplici: sinistra, destra o dritto. A The Traka il tracciato si attorciglia di continuo tra minuscoli incroci, settori boschivi, vicoli e raccordi improvvisi.
Per questo, racconta De Crescenzo, a Unbound esistono lunghi tratti in cui è possibile isolarsi mentalmente e concentrarsi soltanto su potenza, alimentazione e sopravvivenza, mentre a The Traka il cervello non si spegne mai: si reagisce, si controlla la rotta, si scrutano corridori e curve senza sosta. Alla dodicesima ora di gara, ammette, era arrivata ad avere allucinazioni nel senso letterale del termine.
Allora, quale corsa è più dura?
Nonostante il caos, alcuni aspetti di The Traka hanno colpito profondamente la corridrice. Il dislivello ripetuto produce una selezione più naturale e premia la condizione pura in modo diverso rispetto al gravel americano. Il servizio di controllo del percorso è stato di ottimo livello e gli automobilisti rispettosi. A Girona, sottolinea, il ciclismo è radicato nella cultura locale: le auto si fermavano immediatamente e nessuno sembrava infastidito dal fatto che migliaia di ciclisti avessero occupato le strade per un’intera giornata, un atteggiamento ancora aspirazionale in molte zone degli Stati Uniti.
La conclusione resta tuttavia personale. La Unbound Gravel 200 mantiene per De Crescenzo un peso maggiore, dovuto alla sua storia, alle Flint Hills, al meteo, all’imprevedibilità e al carico psicologico che la corsa porta con sé nella cultura gravel americana. The Traka, però, l’ha spinta verso forme di sofferenza del tutto nuove: scendere su sterrato al buio, farsi largo tra gruppi infiniti, navigare e reagire senza tregua, senza mai sapere cosa attenda dietro la curva successiva. Stessa distanza, esperienze completamente diverse. Forse, osserva la corridrice, è proprio questa la ragione per cui entrambe le corse funzionano tanto bene, e forse è esattamente questo lo spirito del gravel: l’ignoto.
Lauren De Crescenzo è una delle interpreti più affermate del gravel statunitense. Il suo nome è legato soprattutto alla vittoria nella Unbound Gravel 200 del 2021, ma il suo palmarès off-road comprende anche tre successi alla MidSouth, l’affermazione al Rad Dirt Fest e i podi conquistati alla Crusher in the Tushar e alla Big Sugar Gravel.
La sua storia, però, va oltre i risultati. Nel 2016 De Crescenzo subì un grave trauma cranico in una corsa professionistica su strada, un incidente che rischiò di costarle la vita. La bicicletta, che per poco non gliela aveva tolta, divenne in seguito lo strumento centrale del suo percorso di riabilitazione, fino a farle scoprire una nuova passione nel gravel e nelle corse fuoristrada. Oggi la statunitense punta a essere un modello di tenacia e determinazione, impegnandosi nella sensibilizzazione sul tema dei traumi cranici e sul loro impatto nella vita di chi ne è colpito.
Nel 2026 affronterà la sua settima Unbound Gravel, con l’obiettivo di portare a termine la quinta edizione ed entrare così nel cosiddetto 1.000 Mile Club, riconoscimento riservato a chi accumula circa 1.609 chilometri di gara complessivi sulle Flint Hills del Kansas.
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