Una nuova polvere magica: Urolithin A
Cosa si nasconde dietro l’integratore avvistato al Tour de France
Barcellona, hotel della Red Bull-Bora-Hansgrohe, giorni precedenti alla partenza del Tour de France 2026. Tra i furgoni delle squadre e le biciclette prototipo in bella vista, un dettaglio apparentemente marginale finisce sotto la lente del giornalista tecnico di Cyclingnews Josh Croxton: uno scatolone aperto, etichetta di spedizione ancora visibile, contenuto dichiarato in polvere, softgel e gommose a marchio Mitopure. Il pacco risulta spedito da una nota casa automobilistica statunitense a un membro dello staff del team, con destinazione finale in Austria. Su una delle confezioni, scritto a mano, compare anche il nome commerciale Timeline, riferito a un secondo componente dello staff.
Da qui parte un’inchiesta che tocca uno dei temi più delicati del ciclismo professionistico contemporaneo: l’uso di integratori di frontiera, la loro legalità formale e la distanza, spesso enorme, tra evidenza scientifica e pratica sul campo.
Che cos’è l’Urolithin A
Mitopure è il nome commerciale con cui la società svizzera Amazentis, partecipata dal centro ricerche Nestlé, distribuisce una forma purificata di Urolithin A, sostanza che il pubblico generalista conosce ormai come “il derivato del melograno”. Non è però contenuta direttamente nel frutto: si tratta di un metabolita che l’organismo produce nell’intestino a partire dalla scomposizione degli ellagitannini, una classe di polifenoli presente soprattutto in melograno e lamponi. La capacità di sintetizzarlo in quantità significative varia da persona a persona, in funzione del microbiota intestinale, della genetica e della dieta: chi la possiede in misura ridotta è, in teoria, il candidato ideale per la supplementazione.
David Bailey, figura con un curriculum che attraversa l’English Institute of Sport, tre anni al Nestlé Research Centre e ruoli come responsabile delle performance in BMC Racing, Bahrain McLaren e oggi NSN Cycling Team, ha ricostruito per Cyclingnews l’origine dell’interesse ciclistico verso questa molecola. Gli studi preclinici di Amazentis, condotti su modelli murini, avrebbero mostrato un effetto significativo sulla mitofagia, il processo di smaltimento dei mitocondri danneggiati che tende a rallentare con l’età. Bailey venne coinvolto da Amazentis proprio per valutarne l’applicazione nel ciclismo d’élite, ipotizzando un impiego mirato nella fase finale di un Grande Giro, quando tre giorni consecutivi di tappe di montagna generano un carico calorico e uno stress fisiologico estremi.
Legale, ma non innocuo dal punto di vista reputazionale
Sul piano regolamentare la questione è chiara: Mitopure possiede la certificazione NSF Certified for Sport, ottenuta proprio grazie all’intervento diretto di Bailey nei rapporti con Amazentis. Lo standard NSF verifica l’assenza di 290 sostanze bandite dalle principali organizzazioni sportive, la corrispondenza tra contenuto reale ed etichetta, l’assenza di contaminanti a livelli pericolosi e la conformità dell’impianto produttivo agli standard GMP, con audit periodici. Non esiste quindi alcuna irregolarità formale nell’uso del prodotto da parte di un team WorldTour.
Resta tuttavia il nodo dell’opacità. Interpellata direttamente, la Red Bull-Bora-Hansgrohe ha negato categoricamente qualsiasi utilizzo, presente o passato, di Mitopure. Bailey, dal canto suo, conferma che almeno un team tra quelli contattati nella fase iniziale di divulgazione del prodotto continua a utilizzarlo tuttora, pur mantenendo il riserbo sul nome della squadra. Un’ambiguità che lascia aperta una domanda scomoda: se il prodotto è legale, perché la reticenza a confermarne l’impiego?
L’evidenza scientifica non tiene il passo del marketing
È qui che l’inchiesta di Cyclingnews assume il tono più critico, e che merita di essere ripresa con la stessa attenzione dai lettori di gravelnews.it, non solo appassionati di racing ma anche atleti amatoriali che affrontano ultra-endurance e gare in autosufficienza dove il recupero è una variabile determinante quanto l’allenamento stesso.
Sam Impey, ex nutrizionista delle performance per British Cycling e per il team oggi noto come Jayco AlUla, attualmente co-fondatore e Chief Scientific Officer di Hexis, ha dichiarato di non essere a conoscenza di alcun team che utilizzi attualmente Urolithin A, e ha definito la sostanza un “postbiotico dai benefici potenziali, ma con una base di evidenza negli atleti d’élite ancora insufficiente”. Bailey stesso, pur avendo contribuito a introdurre il prodotto nel ciclismo professionistico, ammette che la propria squadra attuale, NSN, ha scelto di non adottarlo, preferendo consolidare prima le basi nutrizionali su cui esiste consenso scientifico solido: apporto di carboidrati, caffeina, creatina, bicarbonato.
Due studi citati direttamente da Bailey offrono un quadro tutt’altro che risolutivo. Il primo, condotto su calciatori di accademie giovanili durante la preseason, ha rilevato un miglioramento della resistenza aerobica e di alcuni parametri di salto dopo sei settimane di supplementazione, ma gli stessi autori segnalano intervalli di confidenza ampi e parlano di un’indicazione preliminare che richiede ulteriori conferme. Il secondo, condotto su fondisti di alto livello, ha osservato una riduzione dei marcatori infiammatori e del danno muscolare percepito dopo quattro settimane di trattamento, senza però alcun miglioramento misurabile della performance.
La sintesi più efficace arriva ancora da Bailey, che descrive i corridori del Tour de France come organismi già dotati di una capacità naturale di gestire lo stress ossidativo nettamente superiore alla media, il che rende particolarmente incerto il trasferimento dei benefici osservati su popolazioni non elite verso atleti che si allenano da anni ai limiti della fisiologia umana.
Il vero tema: decidere prima che la scienza confermi
Il punto più interessante dell’inchiesta di Cyclingnews non riguarda tanto l’efficacia della molecola, quanto il meccanismo decisionale che porta uno staff tecnico a introdurre un prodotto nel protocollo di una squadra WorldTour. Bailey lo mette in chiari termini: la ricerca scientifica procede a un ritmo incompatibile con le esigenze di chi lavora ogni giorno per ottimizzare la performance, e attendere conferme definitive significa, nella pratica, non decidere mai. La scelta finale diventa quindi una valutazione di rischio-beneficio, dove il rischio è contenuto grazie alla certificazione NSF ma il beneficio resta, nelle parole degli stessi esperti interpellati, un’incognita.
Per la comunità gravel, abituata a ragionare in termini di autosufficienza e gestione del recupero su percorsi lunghi e spesso privi di supporto tecnico, il caso Mitopure offre uno spunto di riflessione che va oltre il gossip da paddock: anche nell’ambiente professionistico, dotato di budget e competenze scientifiche difficilmente replicabili a livello amatoriale, la linea tra innovazione legittima e scommessa poco fondata resta sottile.
Nota editoriale: le informazioni riportate in questo articolo derivano da un’inchiesta pubblicata da Cyclingnews, firmata da Josh Croxton, e includono dichiarazioni raccolte direttamente dalla fonte con David Bailey e Sam Impey. La Red Bull-Bora-Hansgrohe ha negato ufficialmente l’utilizzo del prodotto. Il nome del team che Bailey indica come tuttora utilizzatore non è stato reso pubblico dalla fonte originale e non viene pertanto riportato.
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