The Rift 2026
L'Islanda incorona Stensby e Smith
Si è chiusa sabato 18 luglio a Hvolsvöllur la settima edizione di The Rift, la classica islandese che attraversa i campi di lava della faglia continentale tra le placche nordamericana ed eurasiatica. L’edizione 2026 ha segnato una svolta importante per la corsa organizzata da Lauf Cycles: da quest’anno The Rift non fa più parte del calendario Gravel Earth Series, sostituita dalla neonata Cuckoo Iceland, e ha risposto ampliando la propria offerta con due nuove distanze, portando il programma a quattro format complessivi, dai 60 ai 330 chilometri.


Una gara sempre più grande
La new entry più significativa è The Abyss, 330 chilometri parzialmente non assistiti con partenza a mezzanotte, resa possibile dalle notti quasi bianche dell’estate islandese. Al capo opposto dello spettro è arrivato invece The Crack, un formato più accessibile da 60 chilometri pensato per chi vuole assaggiare i paesaggi della corsa senza affrontare l’impegno delle distanze maggiori. Restano confermati i 140 e i 200 chilometri, questi ultimi il cuore storico dell’evento fin dalla prima edizione del 2019.
Stensby domina i 200 km, Smith fa lo stesso al femminile
Nella prova regina, i 200 chilometri elite, il norvegese Anton Stensby (FARA) ha condotto una gara di assoluta precisione, controllando ogni settore cronometrato dal chilometro 13 fino al passaggio decisivo al chilometro 181, per chiudere in 6h16’47”. Alle sue spalle Rasmus Bøgh Wallin (PAS Racing) ha risposto colpo su colpo, cedendo appena venti secondi nell’ultimo tratto. Il podio è stato completato da Adne Koster (Seka Gravel Team), che ha accusato un lieve calo negli ultimi chilometri senza però perdere terreno dal gruppo inseguitore. Da segnalare, in decima posizione, la prestazione dell’eterno Nino Schurter, che a quarant’anni resta stabilmente competitivo anche nel gravel di alto livello.


Al femminile la canadese Haley Smith (Factor Racing) ha imposto un ritmo costante fin dal primo rilevamento, gestendo con lucidità le salite di metà gara e chiudendo in 7h25’50” senza mai concedere spazio alle avversarie. Erica Magnaldi (UAE Team ADQ) ha tenuto il passo di Smith per gran parte della corsa, guadagnando anche il miglior tempo parziale all’ottantaduesimo chilometro, ma ha ceduto nell’ultima ora, chiudendo seconda a poco più di un minuto. Morgan Aguirre (PAS Racing) ha completato il podio, restando agganciata al gruppo di testa nella prima metà di gara prima di perdere qualcosa nel finale.
The Abyss: Wark e Nutt vincono la prima edizione dei 330 km
La prima edizione della maratona da 330 chilometri ha regalato una battaglia di resistenza pura. Al maschile lo statunitense Chase Wark (Lunchbox Racing) ha gestito la corsa con margine, imponendo la propria autorità nel tratto tra il chilometro 245 e la fine, con un allungo decisivo tra i 294 e i 317 chilometri che gli ha permesso di chiudere in 14h06’23”. Il canadese Mathieu Bélanger-Barrette ha tenuto il ritmo di Wark per gran parte del percorso, cedendo circa dieci minuti solo nell’ultima ora. Terzo posto per lo svizzero Nils Correvon, capace di rimontare dopo un avvio più difficoltoso.
Al femminile la vittoria è andata a Madeleine Nutt (Lauf), autrice di una prestazione impeccabile dall’inizio alla fine, chiusa in 17h08’03”. Anuchi Gago (Factor Racing Team) ha concluso seconda a venti minuti esatti, mentre la giapponese Kae Takeshita ha completato il podio in 18h30’12” dopo una rimonta nella seconda parte di gara.
Successo islandese nelle distanze medie e corte
Nei 140 chilometri Open, dedicati ai non professionisti, l’italiano Simone Lapo Zoadelli (ASD Team MpFiltri) ha dominato con un attacco tra il chilometro 106 e il 129, andando poi in solitaria fino al traguardo in 4h54’18”. Al femminile ha vinto la padrona di casa Júlía Oddsdóttir (Lauf/Breiðablik) in 5h56’01”, anche lei capace di involarsi da sola dopo un allungo sulle salite centrali del percorso.
Nei 60 chilometri, format debuttante pensato come porta d’accesso alla corsa, si sono imposti l’islandese Jón Arnar Sigurjónsson (Tindur) in 2h05’31” e María Karlsdóttir (Allskonar Næs) in 2h36’02”, entrambi con prestazioni di gestione dello sforzo piuttosto che di attacco.
Una corsa che cambia pelle
L’uscita di The Rift dalla Gravel Earth Series, annunciata lo scorso autunno e accolta con perplessità da parte del gruppo internazionale del gravel, non sembra aver intaccato il prestigio della corsa islandese, che resta uno degli appuntamenti più identitari del calendario off-road europeo. L’ampliamento a quattro distanze racconta semmai la volontà dell’organizzazione di allargare la base di partecipanti, dal cicloamatore alla ricerca della propria prima gravel epica fino all’ultraciclista in cerca di un nuovo limite da spingere nella notte bianca islandese, tra fiumi da guadare e campi di lava che ricordano, ogni pedalata, quanto poco l’uomo conti davanti alla geologia.
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