Sahara Gravel
L’anatomia di una sfida estrema tra roccia e sabbia
Il gravel moderno si sta spingendo sempre più lontano dai sentieri battuti, cercando scenari dove la componente meccanica e quella psicologica pesano quanto, se non più, della potenza pura espressa sui pedali.
La Sahara Gravel di Epicos rappresenta l’apice di questa evoluzione: non una semplice gara, ma una prova di resistenza strutturata su più tappe nel cuore del Marocco meridionale. Analizzando il percorso e le dinamiche di gara, emerge un quadro complesso dove l’approssimazione non è ammessa.
L'edizione 2026 della Sahara Gravel è programmata dal 24 al 27 febbraio, con base logistica a Ouarzazate, in Marocco. La gara si articola su 4 tappe per un totale di circa 445 chilometri e un dislivello positivo complessivo che supera i 4.500 metri. Il percorso si snoda dalle pendici delle montagne dell'Atlante fino alle dune di Erg Lihoudi, alternando passi montani a piste desertiche.
La morfologia del tracciato e le variazioni del fondo
Il deserto non è un’entità uniforme e la Sahara Gravel costringe l’atleta a un continuo adattamento tecnico. La parte più insidiosa è rappresentata dalla Hamada, l’altopiano pietroso dove il terreno è ricoperto da uno strato di rocce scure e taglienti. In questi settori la velocità aumenta, ma con essa cresce esponenzialmente il rischio di tagli laterali sugli pneumatici. Le vibrazioni ad alta frequenza trasmesse dal telaio mettono a dura prova la tenuta delle articolazioni e la precisione della componentistica.
In netto contrasto si pongono gli Oued, i letti dei fiumi in secca. Qui il fondo si trasforma in una trappola di sabbia fine e instabile. Il ciclista deve abbandonare la ricerca del rapporto agile per mantenere una cadenza regolare e un galleggiamento che eviti l’insabbiamento della ruota anteriore. La transizione tra questi due ambienti è spesso improvvisa, obbligando a una lettura del terreno costante per non perdere l’inerzia necessaria a superare i tratti più molli.
Le insidie della navigazione e l’isolamento
A differenza delle competizioni europee, dove la segnaletica è densa e ridondante, la Sahara Gravel si affida quasi esclusivamente alla navigazione GPS. In un ambiente privo di punti di riferimento visivi chiari, un errore di pochi gradi nella lettura della traccia può portare l’atleta fuori rotta di chilometri in pochi minuti. Questo aspetto introduce una fatica mentale specifica: il corridore non può mai rilassarsi completamente, poiché seguire la scia di chi precede può rivelarsi un errore fatale se il leader della corsa commette una svista nella navigazione.



L’isolamento è un altro fattore determinante. Sebbene l’organizzazione garantisca la sicurezza, la percezione di essere soli in un’immensità desertica influisce sulla gestione dello sforzo. La capacità di mantenere la calma in caso di guasto meccanico o foratura, sotto il sole battente e senza assistenza immediata, è ciò che separa chi conclude la prova da chi è costretto al ritiro.
La gestione dei materiali e il fattore “Fesh-Fesh”
Dal punto di vista tecnologico, la sfida principale è la polvere. Il fesh-fesh, quella sabbia finissima simile al borotalco, penetra in ogni fessura. Le trasmissioni subiscono un’usura accelerata che non ha eguali in altri contesti. La lubrificazione diventa un’arte: un eccesso di olio attira la polvere creando una pasta abrasiva che distrugge catena e pignoni, mentre una catena troppo secca rischia di bloccarsi sotto sforzo.
La scelta degli pneumatici è il compromesso tecnico più critico della gara. Una sezione da 40mm, standard in molte gare gravel, risulta insufficiente per garantire il galleggiamento necessario sui tratti sabbiosi. L’orientamento attuale dei professionisti e degli esperti del settore pende verso coperture da 45mm o 50mm, montate su cerchi con canale interno largo per aumentare il volume d’aria e permettere pressioni di esercizio estremamente basse. Questo setup, sebbene più pesante nei tratti di salita su roccia, garantisce una trazione vitale quando il terreno diventa inconsistente.
Il microclima e la fisiologia del corridore
Infine, non si può ignorare l’impatto del clima. L’umidità rasenta lo zero, il che significa che il sudore evapora istantaneamente senza che l’atleta ne percepisca la perdita. La disidratazione è un’insidia invisibile che colpisce la prestazione prima ancora che compaia il senso di sete. La strategia alimentare e di integrazione deve essere ferrea, calcolata sui watt espressi e sulle ore previste in sella, poiché il recupero nei bivacchi notturni è parziale a causa dell’escursione termica e della logistica da campo.
La Sahara Gravel è dunque un test estremo di efficienza. Vince chi sbaglia meno, chi gestisce meglio la propria meccanica e chi accetta che, nel deserto, la linea retta tra la partenza e l’arrivo è solo un’illusione della mappa.



