Parigi-Roubaix: l’Inferno del Nord
La corsa che non perdona

Le origini di una leggenda
Tutto nasce nel 1896, quando due imprenditori tessili del Nord della Francia, Théodore Mahieu e Louis Minart, cercano un modo per pubblicizzare il velodromo appena costruito a Roubaix. L’idea è semplice quanto visionaria: organizzare una corsa ciclistica che colleghi la capitale alla città del Nord, passando per quei territori piatti e battuti dal vento che sembrano fatti apposta per mettere alla prova uomini e macchine. Con il supporto del giornalista Paul Rousseau e del quotidiano Le Vélo, la prima edizione prende vita il 19 aprile di quell’anno.
A trionfare è il tedesco Josef Fischer, che percorre i circa 280 chilometri in poco meno di nove ore di corsa. Un’impresa quasi incomprensibile per i parametri moderni, ma perfettamente coerente con la durezza di strade che allora erano per la maggior parte sterrate o lastricate con quei blocchi di granito che i francesi chiamano pavés. Il pubblico rimane affascinato, la stampa esulta e la corsa si ripete l’anno successivo. Da quel momento, Parigi-Roubaix non si è più fermata.
Il soprannome che l’ha resa immortale arriva quasi per caso. Dopo la Prima Guerra Mondiale, i giornalisti che percorrono il tracciato in avanscoperta trovano un paesaggio devastato dalle trincee, dai bombardamenti, dalla ferocia del conflitto. Le strade sono ridotte a una sequenza di crateri e pietre sconnesse. Uno di loro, Henri Desgrange, padre del Tour de France, scrisse che quella non era una corsa, ma un vero e proprio inferno. Nasce così l’epiteto che accompagna la corsa da oltre un secolo: l’Enfer du Nord, l’Inferno del Nord.
Il percorso: i settori pavé e la loro classificazione
Nella sua configurazione moderna, la Parigi-Roubaix non parte più dalla capitale francese ma da Compiègne, circa 80 chilometri a nord di Parigi, scelta adottata stabilmente a partire dal 1977. La distanza totale si aggira attorno ai 257-260 chilometri, con variazioni minime di anno in anno. Ma è la composizione del percorso a definirne l’identità: 29 settori di pavé, per un totale di circa 55 chilometri di selciato storico, classificati con un sistema da una a cinque stelle in base alla difficoltà.
I tratti a cinque stelle sono quelli che decidono la corsa. Il Carrefour de l’Arbre, a poco più di 15 chilometri dall’arrivo, è considerato il giudice supremo: 2,1 chilometri di pavé tra i più irregolari e viscidi dell’intera gara. La Foresta di Arenberg, ufficialmente Trouée d’Arenberg, è il settore più iconico e fotografato: 2,3 chilometri in mezzo agli alberi, una pista quasi rettilinea su cui i blocchi di granito sembrano disposti da qualcuno che voglia deliberatamente distruggere biciclette e polsi. Chi sbaglia qui rischia di compromettere l’intera gara.
L’arrivo nel velodromo André-Pétrieux di Roubaix è uno dei momenti più carichi di significato emotivo dello sport ciclista. I corridori che entrano in quella pista dopo quasi sei ore di fatica portano addosso il fango, le abrasioni, la polvere o l’acqua del Nord, a seconda del capriccio meteorologico di quel giorno. Ogni vincitore riceve il cobblestone, il ciottolo montato su un trofeo: semplice, grezzo, perfetto.
Le edizioni iconiche: quando la storia si ferma
Negli anni Cinquanta è Fausto Coppi a scrivere alcune delle pagine più belle, vincendo nel 1950 con quella classe soprannaturale che lo distingueva da tutti gli altri. Ma è negli anni Settanta che la corsa entra in una dimensione quasi mitologica, grazie a un corridore belga che sembra nato appositamente per il pavé: Roger De Vlaeminck. Tra il 1972 e il 1977 conquista quattro vittorie a Roubaix — 1972, 1974, 1975, 1977 — guadagnandosi il titolo di Monsieur Paris-Roubaix che nessuno gli ha mai tolto.
Sulla scia di De Vlaeminck arriva Francesco Moser, che tra il 1978 e il 1980 inanella tre successi consecutivi, portando un’impronta italiana in una corsa storicamente dominata dal blocco belgo-olandese. Moser capisce prima degli altri l’importanza del materiale e delle gomme, anticipando quella cultura tecnologica applicata alla gara che oggi è diventata centrale.
Gli anni Ottanta consegnano alla storia il nome di Sean Kelly, vincitore nel 1984 e nel 1986, e il paradosso di Bernard Hinault, scalatore puro che nel 1981 si impone nel fango con una classe che lascia ancora oggi increduli gli storici del ciclismo.
Il decennio successivo è quello di Gilbert Duclos-Lassalle, il francese che vince due edizioni consecutive nel 1992 e nel 1993, e di Johan Museeuw, il Leone delle Fiandre che a Roubaix trionfa nel 1996, nel 2000 e nel 2002 in tre fasi diverse della sua carriera, inclusa una vittoria straordinaria dopo il grave infortunio al ginocchio che rischiò di mettere fine alla sua vita sportiva.
Il Duemila apre il lungo duello tra Tom Boonen e Fabian Cancellara, due corridori che ridefiniscono i parametri della corsa. Il belga della Quick-Step vince nel 2005, nel 2008, nel 2009 e nel 2012, diventando il secondo corridore nella storia con quattro successi. Lo svizzero della Trek-Leopard risponde con tre vittorie nel 2006, nel 2010 e nel 2013, quest’ultima una delle imprese più straordinarie della storia recente della corsa: Cancellara scatta nella Foresta di Arenberg e arriva al velodromo con oltre tre minuti di vantaggio sul gruppo degli inseguitori.
Gli ultimi dieci anni: una nuova generazione sul pavé
2015 — John Degenkolb: Il tedesco della Giant-Alpecin conquista Roubaix dopo aver già vinto la Milano-Sanremo nella stessa stagione, imponendosi in volata su un gruppetto selezionato. Una vittoria pulita, di potenza pura, che consacra un corridore capace di eccellere su superfici diverse.
2016 — Mathew Hayman: Forse la vittoria più inattesa degli ultimi vent’anni. L’australiano dell’Orica-BikeExchange, all’epoca gregario di lusso vicino al ritiro, approfitta di una caduta di Boonen nel finale e batte in volata nientemeno che Mat Hayman... se stesso, nel senso che il gruppo è così ridotto che la corsa sembra un’altra cosa rispetto alle edizioni precedenti. Hayman aveva 38 anni e aveva trascorso gli ultimi mesi a recuperare da una frattura. Una storia che il cinema non avrebbe osato scrivere.
2017 — Greg Van Avermaet: Il belga della BMC affronta una corsa disputata in condizioni di fango estremo e si impone con una prestazione di grande solidità, confermando la sua capacità di rendere al massimo nelle classiche del pavé.
2018 — Peter Sagan: Lo slovacco della Bora-Hansgrohe aggiunge Roubaix alla sua palmares di classiche, centrando un risultato che molti consideravano destinato ad arrivare prima. La vittoria è frutto di una progressione potente nel finale che stacca i rivali più diretti.
2019 — Philippe Gilbert: Il belga della Deceuninck-Quick-Step vince a 37 anni, diventando uno dei vincitori più anziani degli ultimi decenni. Gilbert attacca nelle ultime fasi e gestisce il vantaggio con la fredda lucidità di chi ha una carriera intera da mettere in campo.
2020: L’edizione viene cancellata a causa della pandemia di Covid-19. È la prima interruzione della corsa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, un dato che misura la portata storica di quanto accaduto.
2021 — Sonny Colbrelli: L’edizione più emotiva degli ultimi anni, forse dell’intera storia recente. Il bresciano della Bahrain Victorious entra al velodromo in compagnia di Florian Vermeersch e Mathieu van der Poel, e nella volata a tre si impone con un urlo liberatorio che diventa immediatamente uno dei simboli del ciclismo contemporaneo. Per Colbrelli è la vittoria della vita, accentuata tragicamente dal fatto che pochi mesi dopo un arresto cardiaco durante una corsa lo costringerà al ritiro dall’attività agonistica.
2022 — Dylan van Baarle: L’olandese dell’Ineos Grenadiers rompe la tradizione della sua squadra, solitamente più a proprio agio sulle salite dei grandi giri, e conquista Roubaix con una fuga solitaria di ampio respiro. Una vittoria di carattere e di gambe.
2023 — Mathieu van der Poel: Il nipote di Raymond Poulidor e figlio di Adrie van der Poel completa una stagione di primavera straordinaria imponendosi alla Roubaix con autorità. L’olandese dell’Alpecin-Deceuninck dimostra di possedere quella completezza atletica e tecnica che pochi corridori nella storia hanno saputo esprimere sulle pietre del Nord.
2024 — Mathieu van der Poel: Bis. Il campione olandese si ripete e difende il titolo con una prestazione di assoluta dominanza, confermandosi il corridore del momento sulle classiche del pavé e portando a due i suoi successi consecutivi a Roubaix. Un’impresa che lo inserisce a pieno titolo nella lista dei grandi della corsa.
Una corsa che appartiene al mondo
Parigi-Roubaix non è soltanto una gara ciclistica: è un test antropologico sulla resistenza umana, un documento storico che attraversa due secoli di sport e di trasformazione del territorio francese del Nord. Le strade che percorrono i corridori moderni sono le stesse su cui passavano i soldati, i minatori, i contadini delle Fiandre francesi. Il granito dei pavés porta con sé una memoria lunga che nessun altro percorso sportivo può vantare.
Ogni edizione è diversa dalle altre perché la pioggia, il sole, il vento e il caso costruiscono ogni volta una storia nuova. Ma l’essenza rimane immutata: chi arriva a Roubaix con il ciottolo tra le mani ha vinto qualcosa che va ben oltre una gara. Ha battuto l’Inferno del Nord.


