Dieci anni fa l’Omata One si presentò al mondo con una campagna di crowdfunding e un’idea che andava controcorrente: un ciclocomputer GPS senza schermo, con le informazioni di corsa affidate alle lancette di un quadrante ispirato all’orologeria classica. Da allora il mercato ha preso tutt’altra direzione, fatta di display sempre più grandi, touchscreen, comandi vocali e celle solari integrate. L’Omata invece è rimasto quello che era, e adesso ha un nuovo proprietario.
Silca, l’azienda di Indianapolis guidata da Josh Poertner e nota per pompe, attrezzi e accessori di fascia alta, ha acquisito il marchio e riporta il dispositivo sul mercato in tiratura limitata. L’assemblaggio, che in origine avveniva a Oulu, in Finlandia, è stato trasferito nella sede statunitense dell’azienda, dove ogni esemplare viene montato a mano.
Il motivo della tiratura limitata è tecnico prima ancora che commerciale. Il cuore dell’Omata è un movimento meccatronico Seiko ormai fuori produzione, e le scorte disponibili sono finite. Poertner lo ha spiegato senza giri di parole: Silca ha comprato Omata perché riteneva che un prodotto del genere dovesse continuare a esistere, ma la dipendenza da componenti Seiko non più fabbricati rende ogni unità, di fatto, un pezzo raro. Quando i movimenti saranno esauriti, la produzione si fermerà.
Come funziona
Il principio è rimasto invariato. L’Omata è un ciclocomputer interamente digitale, con ricevitore GPS multicanale, accelerometro, barometro e sensore di temperatura a bordo, che però traduce i dati elettronici nel movimento meccanico delle lancette. Il quadrante mostra quattro informazioni: velocità istantanea, distanza percorsa, dislivello accumulato e tempo di uscita. Non ci sono notifiche dallo smartphone, non c’è cartografia, non c’è navigazione turn-by-turn.
Al termine dell’uscita la traccia viene esportata in formato .FIT, quindi resta compatibile con le piattaforme di analisi più diffuse. Nel corso degli anni Omata aveva già aggiunto, tramite l’app per iOS, il supporto ai sensori esterni di frequenza cardiaca, cadenza e potenza. Questi dati non compaiono sul quadrante ma vengono registrati in background e finiscono nel file dell’attività.
Cosa cambia nella versione Silca
Silca dichiara di aver riprogettato scheda elettronica, batteria e scocca. Il miglioramento più concreto riguarda la tenuta all’acqua: la ghiera rotante esterna adotta ora una guarnizione a tripla barriera, mentre il sensore barometrico è protetto da una membrana Gore-Tex che lascia passare la pressione atmosferica ma blocca l’umidità. Per chi esce sugli sterrati in autunno e inverno, con fango e pioggia, non è un dettaglio secondario.
C’è però una rinuncia. Il nuovo Omata comunica con i sensori esclusivamente tramite protocollo ANT+, e la compatibilità con i sensori Bluetooth è stata eliminata. L’app di riferimento resta disponibile solo per iPhone, quindi chi usa Android è tagliato fuori.
Cambia anche l’attacco. La scocca integra un nuovo innesto quadrato compatibile sia con i supporti Garmin sia con quelli Wahoo, così da poter riutilizzare quello già montato sulla bici. Silca aggiunge nella confezione, a scelta dell’acquirente, uno dei suoi supporti Chisela in titanio stampato in 3D.
Specifiche tecniche
La cassa è ricavata dal pieno in alluminio 6063 e misura 63 mm di diametro per 17 mm di spessore, con un peso di 83 grammi. Il quadrante utilizza un carattere tipografico disegnato appositamente per garantire la leggibilità in movimento. Sono previste due versioni: quadrante grigio scuro con unità metriche oppure quadrante bianco con unità imperiali. L’autonomia dichiarata è di 17 ore e la ricarica avviene tramite porta USB-C.
Prezzo e disponibilità
Il nuovo Omata costa 800 dollari, supporto Chisela in titanio incluso. La notizia meno felice per il pubblico europeo è che la vendita è limitata agli Stati Uniti: al momento Silca non prevede la spedizione all’estero. Chi in Italia volesse metterci le mani sopra dovrà quindi passare da canali indiretti, con tutte le incognite su dazi, garanzia e assistenza.
Il nostro punto di vista
L’Omata non è un ciclocomputer per chi si allena con i watt o per chi affronta un bikepacking su tracce sconosciute e ha bisogno della navigazione. È un oggetto pensato per chi vuole sapere quanto ha pedalato senza passare l’uscita con gli occhi fissi su uno schermo. Nel gravel, dove molti cercano proprio una dimensione meno ossessionata dai numeri, l’idea ha un suo senso, e la riprogettazione orientata alla tenuta stagna va nella direzione giusta.
Restano due perplessità concrete: un prezzo che lo colloca sopra molti ciclocomputer di fascia alta con funzioni ben più ampie, e la scelta di puntare soltanto su ANT+ in un momento in cui il Bluetooth sta guadagnando terreno tra i sensori. Il fatto che non sia acquistabile in Europa, poi, lo relega per ora al ruolo di oggetto da guardare più che da montare.
Ci vediamo sugli sterrati.
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