IL FALLIMENTO DI UN SISTEMA IMMOBILE
Mentre l'Italia si piange addosso la Spagna ci doppia...
Sveglia Italia!
Mentre noi ci crogioliamo nel ricordo sbiadito di un’epoca d’oro che non esiste più, il resto del mondo ci sta passando sopra le orecchie a velocità doppia. E non parlo di watt o di preparazione atletica, parlo di visione, investimenti e dignità sportiva.
Guardiamo la Spagna. Un Paese che ha capito tutto, trasformando il territorio in una corazzata economica legata alle due ruote. Hanno creato Girona, diventata ufficialmente la Mecca mondiale del gravel: una città dove professionisti e appassionati da ogni continente si ritrovano per pedalare su strade bianche perfette, sostenuti da un’industria di servizi, caffè ciclistici e guide che da noi è pura fantascienza. Hanno saputo vendere un territorio.
E che dire di Andorra? Un tempo paradiso fiscale, oggi trasformata nel paradiso della MTB. Un intero micro-stato che vive di bike park, sentieri curati in modo maniacale e una cultura dell’accoglienza per chi ha i copertoni artigliati che in Italia ci sogniamo, chiusi come siamo tra divieti regionali e sentieri abbandonati.
Le Canarie? Non bisogna aggiungere altro…
Il paradosso dei fondi europei: campioni di sprechi
La cosa che fa più rabbia? I soldi ci sarebbero pure. L’Europa mette sul piatto milioni attraverso i fondi FESR e il PNRR per lo sviluppo del turismo sostenibile e delle ciclovie. Ma mentre i nostri vicini usano quei fondi per creare reti interconnesse, segnaletica intelligente e infrastrutture che attirano flussi turistici tutto l’anno, noi cosa facciamo?
In Italia, quei finanziamenti si perdono nei meandri di progetti comunali senza capo né coda o, peggio, tornano a Bruxelles perché non siamo stati in grado di presentare un piano credibile.
Sprechiamo risorse enormi per costruire il nulla, mentre il resto d’Europa usa i nostri stessi soldi per costruirci sopra un impero economico.
Strategia zero e odio stradale
Cosa ha fatto l’Italia in questi decenni? La strategia è stata la non-strategia. Abbiamo assistito passivamente a un clima d’odio crescente: automobilisti che vedono il ciclista come un bersaglio e governi locali che rispondono con piste ciclabili inguardabili, disegnate col righello su marciapiedi dissestati solo per fare “greenwashing”. Quella non è infrastruttura, è una presa in giro elettorale.
Mentre noi facciamo accanimento terapeutico su manifestazioni storiche che chiudono i battenti, la Spagna domina il calendario UCI. Guardate l’appeal del Giro dei Paesi Baschi o la crescita mostruosa della Vuelta a España. Fa male ammetterlo, ma la Vuelta ha ormai superato il nostro Giro d’Italia per popolarità internazionale, capacità di innovare i percorsi e attrazione degli sponsor.
La Sea Otter Europe a Girona è il centro del villaggio globale; noi, invece, siamo rimasti a guardare il passato.
Il controsenso dell’amatore
Ma la colpa non è solo della politica. Guardiamoci allo specchio, noi amatori. Siamo quelli con la bici da dodicimila euro, il cambio elettronico e i componenti in grafene, ma che poi gridano allo scandalo se una gara locale costa 20 euro di iscrizione.
Vogliamo il pacco gara premium, le strade chiuse e la sicurezza totale, ma cerchiamo la manifestazione a “zero euro”, affossando le piccole società che con passione tenevano in piedi le gare di paese.
Il piano del ciclismo italiano oggi sembra essere questo: sopravvivere alla giornata sperando che spunti un nuovo fenomeno che nasconda la polvere sotto il tappeto. Ma il tappeto è ormai logoro. Mentre la Spagna investe, attira i brand mondiali e crea eventi iconici, l’Italia si siede a bordo strada a piangere miseria.
Se non cambiamo mentalità – dai comuni che devono smetterla di vederci come un fastidio, fino all’amatore che deve capire il valore di un evento organizzato – il futuro del ciclismo italiano non sarà una volata vincente, ma un inesorabile fuori tempo massimo.
Basta scuse. O iniziamo a correre davvero, o vendiamo le bici e restiamo al bar a rimpiangere Coppi e Bartali.


