Basta. Non è più accettabile.
Adele e Mirela sono le ultime due cicliste che hanno perso la vita per una banalità!
Un fine settimana, due regioni d’Italia, due storie che non avremmo mai voluto raccontare. Eppure eccoci qui, di nuovo, a fare i conti con un bollettino di guerra che si aggiorna con una cadenza sempre più intollerabile. Il ciclismo italiano piange le proprie vittime, ma questa non è sfortuna, non è fatalità, non è la nebbia del destino. È negligenza. È impunità. È un sistema che non protegge chi pedala e che da troppo tempo voltafaccia dall’altra parte.
Adele Cobelli, 14 anni. Trentino, 20 giugno 2026.
Adele Cobelli aveva 14 anni. Atleta della Asd Bike Movement Trentino Erbe, impegnata nella categoria Allieve nel fuoristrada, stava percorrendo in bicicletta la strada provinciale che attraversa la collina di Pressano, a Lavis, nel primo pomeriggio del 20 giugno. Un’uscita di allenamento, la cosa più normale del mondo per una giovane sportiva. Stava scendendo lungo un tratto in discesa quando un’autovettura condotta da un giovane residente della zona, procedendo in salita, ha invaso la corsia opposta colpendola frontalmente. L’impatto è stato violentissimo: Adele è stata sbalzata oltre il guardrail che costeggia la carreggiata e non c’è stato nulla da fare.
La Procura di Trento ha aperto un fascicolo per omicidio stradale. Una formula giuridica fredda, necessaria, che però non restituisce nulla. Non restituisce una ragazza di quattordici anni alla sua famiglia, alla sua squadra, ai suoi compagni. Il Comitato provinciale trentino della Federciclismo ha ricordato che negli ultimi anni il movimento locale aveva già pagato prezzi altissimi con le morti di Matteo Lorenzi nel 2024 e di Sara Piffer a inizio 2025. Adele è la terza vittima in meno di due anni sulle strade di quella stessa provincia.
Tre morti. Tre ciclisti. Tre vite che non torneranno.
Mirela Nicoletta Rusu, 41 anni. Palermo, 21 giugno 2026.
Il giorno dopo, a oltre mille chilometri di distanza, la storia si ripete con una variante ancora più grottesca nella sua dinamica. Mirela Nicoletta Rusu, 41 anni, stava pedalando insieme ad altri ciclisti sulla strada che conduce a Pioppo, frazione di Monreale, alle porte di Palermo. Una Fiat 500X condotta da Giuseppe Lucia, 38 anni, ha eseguito una manovra di sorpasso in un tratto con la linea di mezzeria continua, superando tre veicoli e invadendo la corsia opposta. L’auto ha centrato il gruppo in bicicletta. Mirela è morta sul colpo. Un altro ciclista, il suo compagno, è stato portato al pronto soccorso in stato di choc. Un terzo è stato trasportato in ambulanza in codice giallo.
Linea continua. Sorpasso vietato. Tre veicoli superati di fila. Non stiamo parlando di una distrazione di un secondo, di un colpo di sonno, di un ostacolo improvviso sulla carreggiata. Stiamo parlando di una scelta deliberata, consapevole e scellerata. Una manovra illegale che ha ucciso una persona.
La carneficina continua. E nessuno la ferma!
È giusto chiamarla così: una carneficina. Non è retorica, non è esagerazione giornalistica. È la parola che descrive con precisione quello che accade sulle strade italiane ogni settimana, ogni mese, ogni anno, in un ritmo che non accenna a diminuire. I ciclisti sono utenti deboli della strada. Lo stabilisce il Codice della Strada, lo sancisce la gerarchia della vulnerabilità riconosciuta da ogni sistema stradale moderno. Un ciclista su una provinciale non ha protezioni passive, non ha abitacolo, non ha airbag. Ha un casco, ha la propria capacità di anticipare i pericoli, ha il diritto di stare sulla strada. E dovrebbe poter contare sull’unica protezione che davvero conta: il rispetto altrui, garantito se necessario dalla legge.
Quel rispetto, in Italia, non c’è. O non basta.
Il presidente della Federazione Ciclistica Italiana, Cordiano Dagnoni, ha chiesto alle istituzioni di passare finalmente dalle parole ai fatti, adottando misure concrete per porre fine a quella che lui stesso ha definito una carneficina. Ha sottolineato che il movimento ciclistico italiano continua a pagare un prezzo altissimo, non solo in termini di vite umane, ma anche nell’attività di promozione giovanile. È difficile immaginare come si possa chiedere a un ragazzo o a una ragazza di tredici, quattordici, quindici anni di salire in bicicletta sapendo quello che può accadere su una strada provinciale italiana.
L’onorevole Roberto Pella, firmatario di una proposta di legge sulla sicurezza stradale sostenuta da tutti i gruppi parlamentari, ha rinnovato l’appello ai colleghi per accelerare l’approvazione della norma, chiedendo infrastrutture ciclabili più sicure, campagne di educazione stradale e interventi normativi che garantiscano protezione agli utenti più vulnerabili. La proposta è già stata messa all’ordine del giorno della Commissione Trasporti per la settimana successiva alla morte di Adele.
Leggi che si discutono. Proposte che si approvano in calendario. Commissioni che si riuniscono. Nel frattempo, i ciclisti muoiono.
Una questione di cultura, prima ancora che di leggi.
Sarebbe comodo e sbagliato ridurre tutto a un problema normativo. Le leggi esistono già: il sorpasso con la linea continua è vietato, l’omicidio stradale è un reato, la precedenza ai ciclisti è codificata. Il problema è che quelle leggi vengono ignorate con una disinvoltura sconcertante e che, quando vengono violate con esiti tragici, le conseguenze rimangono spesso percepite come sproporzionate rispetto alla gravità del gesto. Chi si siede al volante deve interiorire un concetto semplice e assoluto: un veicolo a motore è un’arma potenziale, e chi la impugna in modo irresponsabile è responsabile delle conseguenze.
Il ciclista che pedala su una strada pubblica non è un ostacolo, non è un intralcio al traffico, non è un avventuriero in cerca di rischi. È un cittadino che esercita un diritto riconosciuto, che contribuisce alla mobilità sostenibile, che spesso è anche un atleta, un genitore, un figlio, una figlia di quattordici anni con tutta la vita davanti.
Adele Cobelli non ce la farà ad arrivare ai quindici. Mirela Nicoletta Rusu non tornerà più a casa dopo un’uscita in bici. Non ci sono parole sufficienti a descrivere questa perdita. Ci sono però parole necessarie da rivolgere a chi ha il potere di cambiare le cose: basta aspettare la prossima vittima per ricordarsi che questo problema esiste.
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