Aerobag
L’airbag si infila nei pantaloncini.
Sicurezza rivoluzionaria o l’inizio della fine?
Il ciclismo sta cambiando, e non parlo solo di trasmissioni wireless o telai che pesano quanto un gatto appena nato. Parlo di pelle. Quella che, di solito, lasciamo sull’asfalto o sul pietrisco quando qualcosa va storto.
L’ultima novità che sta facendo discutere i corridoi del settore si chiama Aerobag, un sistema airbag integrato nei bib shorts che promette di salvare la vita ai pro e, presto, anche a noi comuni mortali.
Tecnologia da Formula 1 tra le bretelle
Il progetto nasce da un’esigenza drammatica: ridurre i traumi fatali nelle cadute ad alta velocità. Bert Celis, mente dietro il progetto e già noto nel mondo dell’aerodinamica con BikeValley, ha voluto trasformare la protezione passiva in qualcosa di attivo e intelligente.
Dimenticate i voluminosi zaini-airbag da commuting o le “ciambelle” da città. Aerobag è un concentrato di micro-tecnologia:
Il Cervello AI: Nove sensori campionano il movimento del ciclista 200 volte al secondo. Grazie all’intelligenza artificiale, il sistema capisce in un battito di ciglia se stai saltando una canalina o se stai volando sopra il manubrio.
Gonfiaggio record: In caso di crash, la sacca si espande in 100 millisecondi, proteggendo collo, torace e colonna vertebrale.
Invisibilità (o quasi): Pesa solo 500 grammi. Si infila in apposite tasche a rete ricavate nelle bretelle dei pantaloncini. Il “gobbo” che ne deriva è minimo, simile a quello dei sistemi di idratazione che si vedevano tempo fa nelle crono.
La fase di test è già partita con Nalini e vedrà i primi feedback in gruppo nel corso del 2026. Se tutto va bene, entro il 2027 sarà uno standard per i professionisti.
Ma dove stiamo andando a finire?
Qui a gravelnews.it amiamo la tecnologia, ma a tutto c’è un limite. O forse no?
Va bene la sicurezza, per carità, nessuno vuole farsi male. Ma fermiamoci un secondo a guardare la direzione che stiamo prendendo. Siamo partiti con l’idea della bicicletta come “libertà e semplicità”: un telaio, due ruote e i polmoni. Oggi, per fare un’uscita gravel o una gara, sembriamo pronti per il decollo a Cape Canaveral.
Abbiamo il radar che ci avvisa se arriva un’auto, il GPS che ci dice pure quando bere, il cambio che decide il rapporto al posto nostro, i sensori di potenza, la pressione delle gomme monitorata in tempo reale e ora... il pantaloncino esplosivo.
Ma dove finisce il piacere di pedalare e dove inizia la paranoia tecnologica? Tra un po’ usciremo di casa sembrando degli omini Michelin pronti all’impatto, con la centralina che si aggiorna mentre siamo al bar e le bretelle che “esplodono” se inciampiamo mentre scendiamo dalla bici per fare una foto al tramonto.
Vogliamo davvero un ciclismo dove ogni minimo rischio viene filtrato, processato e gonfiato da un algoritmo? Forse stiamo perdendo quel brivido (razionale) che rende questo sport così maledettamente vivo.
Bellissimo l’airbag, utilissimo per chi corre a 70 km/h in discesa... ma se continuiamo così, tra dieci anni per andare a prendere il pane avremo bisogno di una tuta spaziale certificata UCI.
E voi che ne pensate?
Siete pronti a “gonfiarvi” o preferite restare ciclisti analogici nel cuore?


